No, aspetta, in che senso “Il PSG difende”?! Calma, ci arriviamo. Prima, la cornice. Budapest, città di ponti e di malinconie danubiane, si appresta ad accogliere la cerimonia più solenne del calcio continentale: sabato 30 maggio, alle diciotto in punto (orario anticipato per comodità logistica di chi organizza, si dice, ma forse anche per lasciare alla notte il suo ruolo di consolatrice), la Puskás Aréna aprirà le sue settantamila bocche per inghiottire il frastuono di una finale di Champions League.
La 34° edizione nell’era del titolo rinnovato, la 71° se si conta dall’antidiluviana Coppa dei Campioni; un numero che porta con sé tutto il peso della storia: Re Madrid, Internazionale dei record, il Grande Ajax, il Liverpool delle cinque coppe. Ora tocca a queste due pretendenti.
Il Paris Saint-Germain da un lato, armato della presunzione dei campioni in carica e della voglia leonina di fare ciò che solo il Real Madrid riuscì nell’era moderna: difendere il titolo. Sì, in questo senso “difendere”.
L’Arsenal dall’altro, primo della classe in Premier League, imbattuto in tutto il torneo come un pugile che non ha ancora ricevuto il colpo decisivo, affamato di quella Coppa dalle Grandi Orecchie che gli sfuggì vent’anni or sono a Parigi, ironia della sorte, per mano del Barcellona.
Due squadre, due filosofie, due allenatori iberici che un tempo dividevano lo spogliatoio blaugrana (per pochissimo, ma è successo) e ora si sfidano sul palcoscenico più illuminato del calcio mondiale. Cominciamo dall’inizio, come vuole la buona pratica giornalistica, la logica dei punti cardinali e molte altre faccende che ora non importano.
Il PSG, o dell’arte di non morire mai
Luis Enrique, asturiano d’origine, testardo e gnecco come i minerali che si estraggono da quelle montagne, ha costruito a Parigi qualcosa che i critici davano per impossibile: una squadra. Non una costellazione di astri vaganti tenuti assieme dalla gravità del denaro, bensì un organismo collettivo dotato di senso comune e vocazione al dominio: ha preso un club abituato a comprare la grandezza a rate e gliene ha insegnata un’altra, ovvero conquistarsela. Addio agli Harlem Globetrotters e agli album di figu senz’anima, insomma.
I numeri parlano, con la brutalità dei fatti incontrovertibili che spesso distingue i numeri: il Paris Saint-Germain è il primo club francese ad aver raggiunto tre finali nella storia della Coppa dei Campioni e della Champions League. È la prima squadra a disputare due finali consecutive nell’era moderna della competizione.
Ha eliminato lungo il cammino il Chelsea e il Liverpool, dimostrando di non avere soggezione alcuna per il calcio d’Albione. I parigini hanno perso soltanto due delle ultime diciassette partite nella fase a eliminazione diretta della Champions: tredici vittorie e due pareggi, sembra la traiettoria di chi ha trovato se stesso nello specchio e si piace pure un bel po’, con quei capelli lì.
Il gioiello e la macchina da gol
Ma il vero gioiello di questa squadra ha nome georgiano e gambette veloci: Khvicha Kvaratskhelia. L’ala sinistra del Caucaso ha eguagliato in questa stagione il record di Zlatan Ibrahimović come miglior marcatore del PSG in una singola edizione della competizione, con dieci reti. Nella sola fase a eliminazione diretta ha contribuito a dieci reti tra gol e assist: nessuno ha fatto meglio. È lui la variabile impazzita, il dribblatore che trasforma l’ordine in caos nel momento esatto in cui il caos è necessario, non prima, non dopo.
Con quarantaquattro gol segnati nel torneo, il PSG si trova a un solo gol dal primato assoluto per una singola stagione, detenuto dal Barcellona del 1999/2000 con quarantacinque. L’ultimo record che manca, lo strapperebbero in finale, alla faccia di ogni scaramanzia.
E poi c’è la continuità di Willian Pacho, Vitinha, Warren Zaïre-Emery e Nuno Mendes, che hanno giocato tutte e sedici le partite: colonna vertebrale in titanio per una squadra che non si sgretola.
Dice Luis Enrique, con quella franchezza che gli è propria: la pressione quest’anno viene dalla consapevolezza di meritarsi questo traguardo. L’anno passato era la pressione di chi doveva vincere o perire. Adesso è la pressione di chi sa di aver già percorso la strada più difficile (sorteggio complicato, spareggi superati, Bayern eliminato in semifinale) e vuole raccoglierne i frutti. Non è la stessa cosa e un uomo intelligente sa sempre distinguere i due pesi.
Cosa dicono i bookmaker
A quanto sta la vittoria (nei 90′) del PSG per Betsson scommesse, uno dei nostri migliori siti scommesse? Presto detto: è data a 2.35. E se non vincesse nei 90′? Insomma, il mercato Coppa in Mano a quanto sta per il PSG? 1.69. Volete un’altra puntata croccante? Subito! 1 + Over 2.5 sta a 3.70, mica male! Un nome? Kvara in rete è dato a 3.20: puntatelo.
L’Arsenal, o della pazienza premiata
Se il PSG è la squadra che ha trovato la propria identità sotto una guida ferma, l’Arsenal di Mikel Arteta è qualcosa di ancora più commovente: è una squadra che ha aspettato. Tre secondi posti in tre stagioni consecutive, tre volte ad alzare gli occhi verso il cielo con la medaglia sbagliata al collo. Poi, finalmente, la Premier League. E ora, quasi non bastasse (perché poi, diciamocelo, ai grandi non basta mai), la finale di Champions League.
Arteta è l’unico allenatore spagnolo ad aver condotto una squadra non spagnola fino a questo punto, assieme a Rafa Benítez, Pep Guardiola e Luis Enrique. Quattro iberici che hanno esportato un’idea calcistica oltre i Pirenei: il possesso come metodo, la pressione come vocazione, una sacca scrotale monumentale. Ma Arteta ha aggiunto qualcosa di suo, quella solidità difensiva che Luis Enrique stesso ha definito, con involontaria ammirazione, “una combinazione devastante”.
I Gunners sono la sola squadra rimasta imbattuta in tutto il torneo: undici vittorie e tre pareggi in quattordici partite prima della finale. È la serie senza sconfitta più lunga nella storia dell’Arsenal in Coppa dei Campioni e Champions League. Nessuna squadra era riuscita prima di loro a restare imbattuta nelle prime quattordici partite di una singola edizione.
Difesa e calci piazzati, che mentalità
Primato assoluto, dunque: con nove clean sheet all’attivo, ai Gunners manca ancora un solo risultato di rete inviolata per eguagliare il record nella competizione, stabilito curiosamente dagli stessi Arsenal del 2005/06 e dal Real Madrid nel 2015/16. Difficile che possa accadere in questa finale, ma chi siamo noi per.
Una squadra che difende con le unghie e con i denti, ma che segna anche con generosità, soprattutto da fermo: calci piazzati, angoli, punizioni sapientemente costruite. David Raya in porta e Gabriel Martinelli in avanti sono i più presenti, con tredici apparizioni ciascuno. Myles Lewis-Skelly, diciannovenne di belle speranze e piccoli occhi scuri, potrebbe diventare il secondo inglese a raggiungere venti presenze in Champions League sotto i vent’anni, dopo un certo Jude Bellingham (mica nespoline).
Ma la vera forza di questa squadra non è tecnica né tattica: è umana. Arteta parla del suo gruppo con un calore che non appartiene al gergo aziendale del calcio moderno. “Questo club mi ha cambiato la vita in meglio”, ha confessato. “Sono innamorato”. Non sono le parole di un mercenario. Sono le parole di un uomo che ha trovato casa, una casetta piccola così con tante finestrelle colorate e che ora attraversa il bosco con l’aiuto del buon dio, stando sempre attento al lupo. Comunque, le squadre che si sentono a casa, quando giocano le finali, hanno un vantaggio invisibile ma reale: non hanno paura di perdere ciò che già possiedono. E qua ci fermiamo ché altrimenti si diventa sdolcinati.
Arteta conosce Luis Enrique dai suoi sedici anni, quando si allenava con la prima squadra del Barcellona: lo ammira come calciatore, come uomo, come tecnico. Ma il giorno della partita, dice, conta soltanto una cosa: vincere. In quella frase c’è tutta la durezza necessaria a chi vuole strappare la coppa dalle mani di chi la tiene stretta.
Cosa dicono i bookmaker
E la conquista della coppa da parte dell’Arsenal, a quanto è data su SNAI scommesse? Vediamolo subito: nei 90 minuti la vittoria dell’Arsenal è data a 3.10, mentre il mercato Coppa in Mano è messo a 2.10. Il mercato 2 + Gol, a proposito di quote che scrocchiano, sta a 5.75! Altina! Volete puntare su un nome sopra agli altri: Saka Marcatore Sì è dato a 3.40.
Il peso della storia e il fascino di Budapest
Non è un dettaglio da poco che questa finale si disputi alla Puskás Aréna, stadio intitolato a Ferenc Puskás, tre volte vincitore della Coppa dei Campioni con il Real Madrid. Il calcio ha questa ironia sottile: far giocare le sue battaglie più moderne sui campi nominati ai suoi antichi e gagliardi eroi.
Budapest assiste per la prima volta a una finale della massima competizione europea per club; lo stadio, inaugurato nel 2019 sulle fondamenta del vecchio impianto demolito (una storia che Stephen King ci sta già facendo un nuovo romanzo), porta nei mattoni dell’ingresso principale il ricordo di quanto fu. Sessantasettemila posti a sedere, un chilometro dalla stazione ferroviaria centrale: il tutto predisposto per la cerimonia.
Diamo qualche numero
È anche la prima finale di Champions League tra una squadra francese e una inglese. E la prima (curiosità statistica di quelle che piacciono ai compilatori e compulsatori di almanacchi) in cui entrambi gli allenatori vengono dallo stesso Paese pur allenando nazionalità diverse dalla propria, uno in Francia e l’altro in Inghilterra. Due spagnoli separati da una striscia di mare e da una rivalità costruita partita dopo partita dopo partita dopo eccetera.
Il PSG vanta cinque vittorie consecutive nelle doppie sfide a eliminazione diretta contro squadre inglesi: ha battuto il Liverpool, l’Aston Villa e l’Arsenal stesso nella scorsa stagione e ha poi eliminato il Chelsea e nuovamente il Liverpool in questa.
L’Arsenal sente ancora il bruciore di quella semifinale persa dodici mesi fa per tre reti a una. Ma Arteta avverte: quelle erano partite diverse, squadre diverse, momenti diversi, e il calcio non è un tribunale che giudica in base ai precedenti
Chi avrà ragione, lo sapremo sabato sera: quando i Killers (sì, i Killers: scelta bizzarra ma non insensata per il Kick Off Show) avranno finito di suonare e l’arbitro soffierà il fischio d’inizio, tutto ciò che conta tornerà a essere il pallone, l’erba e undici contro undici. Il PSG che vuole la storia del bis, l’Arsenal che vuole finalmente il suo trono e, sullo sfondo, la divina Budapest che aspetta.
“Will this endless stretch of desert road get me back where I belong? Will you turn the bright lights on?”
Avvertenza
Le quote scommesse sono aggiornate al 26 maggio 2026 alle ore 23.50 e passibili di variazioni.