Prosegue inesorabile il nostro viaggio tra le ventiquattro protagoniste del Mondiale USA, Messico e Canada: dopo aver esaminato i primi gironi, eccoci ai gruppi I e J e guardate, già solo a scorrere i nomi si capisce che non mancano né le sorprese né le vecchie glorie.
Due gironi che promettono calcio vero, “facciamo calcio”, con la consueta presenza di qualche mina vagante pronta a rovinare i piani dei favoriti; e noi italiani, come ormai accade da un po’, a guardare da casa, ma con i fischietti in bocca.
Il Girone I
Francia ovviamente favorita, ma c'è la mina vagante Norvegia
Se dovessimo sintetizzare il Gruppo I in poche parole, diremmo: una dominatrice conclamata, un’africana che sa il fatto suo, un’ospite inattesa che porta quarant’anni di gestazione sulle spalle e una nordica in stato di grazia.
La Francia è il nome che spicca su tutti, ma il calcio (come ci insegnano la storia e i nostri cuoricini di tifosi) ha l’abitudine di complicare tutto, trame più lineari incluse, forse addirittura con preferenza per queste: o almeno, questo è quello che segretamente, ogni volta, ci troviamo a sperare. Almeno un pochino.
Francia, Les Bleus
Diciassette partecipazioni al Mondiale. Diciassette. E dire che l’Italia è ferma a quattro edizioni consecutive di assenza, ma lasciamo stare, certe ferite non si toccano senza il rischio di procurare dolore gratuito, un’emorragia di brutte parole; la Francia di Didier Deschamps ha superato 4-0 l’Ucraina e ha dominato il suo girone di qualificazione con la consueta, imperiale disinvoltura, con l’unica sbavatura di un 2-2 in trasferta con l’Islanda: il tipo di imprecisione che ai francesi è concessa perché, in fondo, se la possono permettere.
Deschamps è un caso umano raro nel calcio contemporaneo: l’uomo che ha vinto tutto da giocatore (Mondiale nel ’98, Europeo nel 2000, centotré presenze e cinquantaquattro da capitano) e poi è rimasto, ha aspettato, e ha rifatto tutto da allenatore, tornando sul tetto del mondo nel 2018 con il 4-2 alla Croazia; l’ottava qualificazione consecutiva porta la sua firma. Non la sola, certo, ma la più leggibile tra tutte.
E poi c’è mister Kylian Mbappé: dal debutto del 25 marzo 2017 in poi, il centravanti del Real Madrid ha trascinato la Francia verso un’altra dimensione; vicinissimo al record assoluto di reti con la maglia dei Bleus, in bacheca già porta un Mondiale e una Nations League.
L’Europeo manca ancora, ma quando si chiede conto di questa lacuna a Mbappé, la risposta è sempre la stessa: c’è ancora tempo. E dagli torto, dagli. La Francia non è una favorita: la Francia è la favorita, con tutto il peso e la responsabilità che questa posizione comporta. In bocca a les loups!
Senegal, Les Lions de la Teranga
C’è una continuità nella storia del Senegal che vale più di qualunque statistica, ovvero quella di presentarsi ai Mondiali e fare sempre meglio di quanto ci si aspetti: lo fece nel 2002, quando nell’esordio assoluto (tre partecipazioni in tutto, questa compresa, meglio ricordare) batté la Francia campione del mondo e arrivò fino ai quarti di finale, fermata dalla Turchia. “Batté la Francia”” eh! Segnate! Da allora, il calcio senegalese è cresciuto, e Sadio Mané ne è il simbolo vivente.
Vincitore di una Champions League con il Liverpool di Klopp, quasi cinquanta gol in centoquindici presenze con la maglia della nazionale, Mané è il faro che orienta la rotta degli uomini di Pape Thiaw, il tecnico subentrato ad Aliou Cissé, che aveva tenuto le redini del Senegal dal 2015 con continuità inusitata; Thiaw viene dalla gavetta del calcio senegalese: sette anni di panchine nel campionato domestico prima dell’incarico più importante della sua carriera.
La qualificazione è arrivata con la vittoria per 2-0 sulla Mauritania, con doppietta di Mané, naturalmente, in un girone dove la Repubblica Democratica del Congo ha tentato di contendere il primato fino alla fine senza riuscirci.
Il Senegal non va sottovalutato: sono i Lions de la Teranga e questa espressione in wolof (“ospitalità, generosità”) non deve trarre in inganno: sul rettangolo verde di ospitale non hanno nulla e la generosità è solo per il compagno.
Con le mani, con le mani, con le mani Thiaw Thiaw!
Iraq, la grande attesa dei Leoni della Mesopotamia
Quarant’anni esatti: tanti ne sono passati dall’unica partecipazione precedente dell’Iraq a un Mondiale, quella del 1986 in Messico, dove i tre match del girone si conclusero tutti in sconfitta (tre gol segnati, quattro subiti, ultimo posto del gruppo); non è un palmares glorioso, ma è una storia, se non proprio LA storia, e una bella storia è anche questa seconda qualificazione, strappata con la vittoria sulla Bolivia e accolta come una festa nazionale.
La squadra sarà nel girone della Francia, del Senegal e della Norvegia: comunque andrà, sarà una festa, ha dichiarato il tecnico Graham Arnold (che forse un po’ già lo sa, come andrà, e porta le mani avanti), australiano doc, veterano della panchina dei Socceroos per sei anni dal 2018 al 2024, portandoli ai Mondiali 2022 e alle Olimpiadi.
Insomma, si tratta di un uomo che conosce la competizione e sa come prepararsi, quantomeno; l’anno scorso è stato ingaggiato dalla federazione irachena, prendendo il posto dello spagnolo Jesus Casas: una scelta coraggiosa, per tentare di costruire qualcosa che vada oltre la semplice partecipazione. Che comunque sarà una festa, eh, dobbiamo ricordarlo.
Il punto di riferimento offensivo è Aymen Hussein: trent’anni, centravanti di mestiere e vocazione, soprannominato “L’Uomo Ascia”, epiteto che sostanzia l’efficacia brutale del bomber di razza; nel 2024 ha segnato in dieci partite consecutive, con tre doppiette; noi non lo conosciamo, è vero, ma ha quattro milioni di follower su Instagram che testimoniano che in Iraq il calcio è grande e Hussein è il suo profeta; difficile che possa fare miracoli in un girone così, ma la loro voglia di essere più di una comparsa la sentiamo da qui.
Norvegia, il ritorno dei Vichinghi
Ventotto anni di assenza, dato che l’ultima volta che la Norvegia ha partecipato a un Mondiale era il 1998 e a eliminarla fu l’Italia (ua ua uaaaaa), con una rete di Christian Vieri; nel 1938? Sempre l’Italia, ai supplementari. Che sia maledizione o semplice sfortuna, non importa più: adesso la Norvegia è tornata, ha staccato il biglietto per USA/Canada/Messico dominando il suo girone con sole vittorie e valanghe di reti.
E il karma ha pure voluto che a non partecipare al Mondiale, stavolta, fosse proprio l’Italia. Oltre a questo, i vichinghi si presentano al grande evento con il loro miglior argomento da decenni: Erling Haaland. Giocatore generazionale, macchina da gol, fenomeno che non ha bisogno di troppi aggettivi, Haaland è diventato nel frattempo il miglior marcatore di sempre della Norvegia, dal debutto in nazionale nel 2019 a oggi.
Il commissario tecnico Ståle Solbakken, che sta in panchina dal 2020 e si è costruito nel calcio di club tra Norvegia e Danimarca, ha ottenuto i suoi successi più significativi con il Copenhagen: questo signore di cui non riscriveremo il nome ha edificato attorno al gigante biondo una squadra capace di correre, pressare e segnare con frequenza industriale e puntualità svizz… norvegese.
Il miglior risultato storico della Norvegia restano gli ottavi del 1938 e del 1998, ma con Haaland in forma, sognare qualcosa in più non sembra essere blasfemia, giusto?
Il Girone J
Quello dei Campioni del Mondo in carica. E di altre tre squadre
Dal Gruppo I al Gruppo J il salto è breve ma significativo: qui troviamo i Campioni del Mondo in carica, che arrivano con tutta la pressione e le spalle cariche delle aspettative del mondo, il che è anche normale per chi sa cosa significa vincere il torneo più importante.
Poi abbiamo una nordafricana in cerca di riscatto, un’europea che torna sul palcoscenico dopo quasi trent’anni di assenza e una new entry assoluta che porta con sé la storia di un intero movimento; quattro squadre, quattro storie, un posto solo ai quarti. Vediamo chi se lo prenderà. Mh.
Argentina, la Scaloneta
La squadra di Lionel Scaloni è la settima qualificata al Mondiale 2026 con cinque giornate d’anticipo, un lusso riservato a chi domina il super-girone sudamericano come se si trattasse di un picnic al parco sotto casa con amici e aquiloni al seguito; il 4-1 al Brasile nel marzo 2025 ha certificato il passaggio dell’Albiceleste, diciottesima partecipazione della sua storia: tre titoli (1978, 1986, 2022) per la squadra più vincente del continente americano, un mito vivente e semovente in campo.
Scaloni, ex difensore di Lazio e Atalanta (ve lo ricordate? Faccia stupita!), ha costruito qualcosa di straordinario in sette anni: un Mondiale in Qatar che ha generato la leggenda della Scaloneta, due Coppe America e la Finalissima 2022, il tutto con una filosofia semplice ma difficilissima da realizzare e pure da mantenere: mettere la squadra davanti al singolo, anche davanti al più grande dei singoli, al singolo dei singoli.
Che è, ovviamente, Lionel Messi, il quale, a trentasette anni, punta a diventare il primo giocatore della storia a disputare sei Mondiali: ha saltato le partite di marzo per infortunio, ma la sua presenza in estate è il punto fermo attorno al quale gira ogni ragionamento tattico dell’Argentina.
Scaloni ha dichiarato: “Lasceremo che il tempo faccia il suo corso.” Tradotto suona così: finché Messi vuole e il fisico regge, Messi gioca, poi più. Ma quando gioca Messi, l’Argentina è ben lungi dall’essere il reparto di geriatria calcistica che gli ignoranti si immaginano. Ahivoi.
Algeria, le Volpi del Deserto
Dopo aver saltato le edizioni del 2018 e del 2022, un digiuno che aveva lasciato il segno in un Paese dove il calcio è passione nazionale, le Volpi del Deserto tornano al Mondiale e lo fanno grazie a un girone africano navigato con autorità da Vladimir Petković, il tecnico di Sarajevo che molti in Italia ricordano per i suoi anni alla Lazio e che nel 2018 aveva portato la Svizzera agli ottavi del Mondiale russo. Good Job!
In diciassette partite sulla panchina algerina, Petković ha perso solo due volte e non è un caso: ha a disposizione una rosa di buon livello, con nomi che al calcio europeo non suonano nuovi; Riyad Mahrez (trentaquattro anni, piedino mancino raffinato), ex Leicester e Manchester City, capitano storico, oltre cento presenze e trenta gol con la maglia biancoverde, è ancora il punto di riferimento, certo.
Ma attorno a lui giocano Ismaël Bennacer, Amine Gouiri, Saïd Benrahma, Rayan Aït-Nouri, Ramy Bensebaini, l’ex romanista Houssem Aouar e Mohamed Amoura: quest’ultimo ha in saccoccia otto gol nelle qualificazioni, è attaccante del Wolfsburg ed è il nome nuovo che tremare le difese fa.
Il miglior risultato algerino resta quello degli ottavi dell’edizione Brasile 2014, quando a eliminarli fu la Germania poi Campione del Mondo: tornare a quel livello è l’obiettivo dichiarato, raggiungerlo, in un girone con l’Argentina, non sarà impresa da poco, ma le Volpi del Deserto si muovono bene nell’ombra. Quando la trovano, ovviamente.
Austria, il ritorno dei Biancorossi
Ventotto anni: come la Norvegia, anche l’Austria si è data un bel po’ di tempo prima di tornare a un Mondiale; l’ultima volta era il 1998, e da allora il calcio austriaco era rimasto ai margini delle grandi competizioni internazionali; adesso Ralf Rangnick, il tecnico tedesco arrivato in panchina nell’aprile 2022 dopo le dimissioni di Foda per la mancata qualificazione in Qatar, ha cambiato tutto; ora lo sentite nominare spesso associato al Milan, ma pur se fosse, prima c’è il Mondiale.
Rangnick ha portato l’Austria al primo posto del girone di qualificazione, nonostante un passo falso con la Romania e un pareggio con la Bosnia all’ultima giornata. La Bosnia di Edin Džeko ha tentato il sorpasso fino alla fine ma nisba, non ce l’ha fatta. Già all’Europeo precedente i biancorossi avevano dimostrato di poter competere ad alti livelli, superando il girone davanti a Francia e Olanda prima di cedere agli ottavi contro la Turchia.
Il totem della squadra risponde al nome di Marko Arnautović, a cui chi scrive vuole un bene pazzesco: trentasei anni portati con la baldanza di chi non ha mai voluto smettere, ex Inter, oltre centoventicinque presenze in nazionale, quarantacinque gol (record assoluto austriaco).
Arnautović è il tipo di giocatore che decide le partite nei momenti che contano: discontinuo quanto si vuole, ma quando accende la luce, ci abbaglia. Ok, non ora non trova così di frequente l’interruttore ma… vedremo!
Giordania, la prima volta dei Valorosi
C’è qualcosa di commovente, nel calcio delle prime volte, soprattutto nella prima volta di una Nazionale che arriva a un Mondiale portando sulle spalle la speranza di un intero Paese; la Giordania ci è arrivata finendo seconda nel suo girone di qualificazione asiatico, davanti all’Iraq e dietro alla Corea del Sud, con la conferma di un movimento in crescita già testimoniata dalla finale della Coppa d’Asia 2023, persa contro il Qatar padrone di casa ma giocata ad armi pari.
Jamal Sellami, marocchino di cinquantaquattro anni, ex centrocampista di Raja Casablanca e Beşiktaş, veterano del Mondiale 1986 con il Marocco (da calciatore), è il commissario tecnico che ha guidato questa impresa storica, subentrando nel giugno 2024 a Hussein Ammouta.
Un uomo di calcio che conosce l’Africa e il Medio Oriente e che ha saputo costruire un gruppo compatto attorno a poche certezze, e quando scriviamo “poche” intendiamo davvero poche; la stella è Mousa Tamari: ala destra del Rennes, ventisette anni, l’unico nazionale giordano a militare in un campionato europeo di primo piano: nella stagione 2024/25 ha collezionato ventisei presenze in Ligue 1 con tre gol e un assist, numeri comunque onesti per un giocatore che in nazionale vale molto di più.
In un girone con l’Argentina di Messi, l’Algeria di Mahrez e l’Austria di Arnautović, la Giordania non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare: una situazione che li rende la mina vagante perfetta.
I prossimi appuntamenti
Accompagneremo l’avvicinarsi dei Mondiali di calcio 2026 di Canada, USA e Messico con uno zoom su tutte le protagoniste; otto squadre alla settimana, due gironi e le nostre consuete considerazioni serie ma non seriose: nel prossimo appuntamento arriviamo al traguardo con i gironi K e L.