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Due palloni contrassegnati con le lettere C e D a simboleggiare i due gironi omonimi dei Mondiali 2026, un trofeo con due schedine

Che i Mondiali inizino! Avanti con l’analisi dei gironi C e D

Scritto da Elettra D.
11 min. di lettura
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Signore e signori, mettete via la prudenza e tenete vicino il telecomando: arrivano i Mondiali, quel momento magico in cui metà del pianeta si convince di sapere tutto di pressing, xG e equilibrio del girone dopo aver visto due highlights su YouTube.

Il nostro ruolo di italiani? Le analisi dal divano, ci riconoscete perché siamo quelli senza bandierone. Commissari Tecnici da bar, unitevi! È arrivato il momento di capire cosa siano i gruppi C e D!

Il Girone C

Quello con una delle favorite in assoluto, quella in maglia verdeoro

Il girone C ti guarda dritto per dritto negli occhi dichiarando che comparse non ce ne sono mica; cioè, forse una, ma ci fa così tanta simpatia che vogliamo raccontarla come una grande assoluta.

Il Brasile è il Brasile, il Marocco è ormai una realtà a cui la maschera di “sorpresa” non si adatta più, la Scozia ha nomi che conosciamo bene e Haiti… che infinita tenerezza; in pratica, è un girone che ha dentro storie, identità e abbastanza tensione da farcelo seguire con estrema attenzione.

Brasile, “A Seleção”

Il Brasile è l’unica nazionale che non ha mai saltato un’edizione del Mondiale. Tradotto: mentre gli altri ogni tanto fanno i conti con qualificazioni, spareggi, ansie e drammi vari (ah aaahm…), la Seleção si presenta puntuale come un vicino invadente che arriva sempre mentre ci stiamo mettendo a tavola, accidentaccio.

Questa volta lo fa sotto la guida di Carlo Ancelotti, che ha già messo la firma sul pass per il 2026 con due turni di anticipo. Uno scenario da Brasile vero: niente panico, niente trafile inutili, solo il solito obbligo di essere ‘O Brasil. E visto che i verdeoro andranno in Nord America a caccia del sesto titolo, l’obiettivo è chiaro: staccare Germania e Italia, ferme a quota quattro.

Ancelotti non ha certo bisogno di presentazioni, ma ha un compito che più simbolico non si può: riportare il Brasile sul trono iridato dopo 24 anni: un’astinenza lunga, lunghissima per gli standard del calcio brasiliano e quasi offensiva per un Paese che misura il calcio come altri misurano la temperatura dell’anima.

E poi c’è lui, Vinicius Junior: tramontata l’era Neymar, il Brasile si affida all’attaccante del Real Madrid, già oltre quota 40 presenze in Nazionale. Non è più il ragazzetto che fa da contorno: è uno che deve prendersi il palco, il pallone e, possibilmente, anche il Mondiale.

Marocco, i “Leoni dell’Atlante”

Il Marocco non sorprende più nessuno e quindi continua a sorprendere tutti. È il classico paradosso da grande squadra emergente: quando smetti di considerarla un’eccezione, lei si presenta ancora più convinta e ti prende a mazzate sui denti.

La squadra di Walid Regragui ha chiuso il proprio girone di qualificazione con un percorso netto: sei vittorie su sei, 19 gol fatti e appena 2 subiti fino alla sfida decisiva con il Niger: numeri da Nazionale Denim, quella che non deve chiedere mai.

In Qatar il Marocco aveva fatto qualcosa di storico: aveva superato il Portogallo ai quarti e raggiunto le semifinali, diventando la prima nazionale africana di sempre a spingersi così avanti in un Mondiale. Da lì in poi, la sensazione è cambiata per sempre: non è più la squadra simpatica da tifare per il suo coraggio, tipo cuccioletto che mostra i dentini.

Regragui è uno che la panchina se l’è conquistata pezzo per pezzo: vice allenatore, poi Rabat, poi Qatar, poi Wydad Casablanca con la CAF Champions League, fino alla guida della nazionale dall’agosto 2022. Uno che non è saltato da un trono all’altro: si è costruito il trono come fosse un bergamasco e ci si è poi seduto sopra. La stella è Achraf Hakimi, capitano e simbolo: oltre 85 presenze e una leadership che ormai è materia di studio alle elementari di Casablanca. È il tipo di giocatore che ti fa capire che il Marocco non vive più di intuizioni, ma di certezze. Non abbasseranno lo sguardo. Ocio.

Haiti, i “Grenadiers”

Haiti torna al Mondiale dopo 52 anni. Cinquantadue. È il ritorno di una nazionale che si è guadagnata il passaggio con una certa sobria tendenza a rovinare i piani altrui. La qualificazione è arrivata con il 2-0 sul Nicaragua, grazie ai gol di Deedson e Providence e anche grazie al pareggio dell’Honduras, diretta concorrente. Il bilancio finale del percorso è ottimo: tre vittorie, due pareggi e una sola sconfitta. Ma il dato più interessante è dietro: sei gol subiti in sei partite, con quattro gare chiuse senza prendere rete: per una nazionale che torna sulla scena dopo una vita, non è affatto robetta.

La storia, con Haiti al Mondiale, non è però stata gentile: l’unica partecipazione dei Grenadiers risale al 1974, in un girone infernale con Polonia, Argentina e Italia. Da quelle parti, più che un Mondiale sembrava una punizione divina con calendario di spine in allegato. E infatti il cammino si chiuse senza superare il gruppo, con 14 gol subiti totali, sette dei quali contro la Polonia. Insomma: esperienza traumatica, ma non certo priva di insegnamenti.

Sébastien Migné, arrivato nel 2024 per portare la squadra al Mondiale, ha fatto centro: un curriculum da giramondo delle nazionali, Congo, Togo, Kenya, Guinea Equatoriale, Camerun. Uno che le nazionali le conosce come altri conoscono i menù del pranzo aziendale, sempre pizza surgelata il venerdì.

La punta di diamante è Duckens Nazon, classe 1994, centravanti di peso e miglior marcatore nel percorso di qualificazione con 6 gol. Non è uno che passa inosservato: è il tipo di attaccante che, quando arriva in area, ti fa sentire improvvisamente meno tranquillo e molto più simpatizzante haitiano, tipo sempre stato, sìsì.

Scozia, “The Tartan Army”

La Scozia si è presa il primo posto del girone in modo teatrale, come le migliori squadre scozzesi sanno fare: con un passo falso che sembrava compromettere tutto e una vittoria finale da film, 4-2 contro la Danimarca, che ha ribaltato la classifica e consegnato il pass mondiale.

Il dettaglio meraviglioso è proprio questo: anche dopo il ko con la Grecia al penultimo turno, la Scozia non ha mollato, ha stretto i denti e si è presa il Mondiale dopo 28 anni di assenza. Booom! È la classica nazionale che sembra sempre sul punto di implodere e invece trova il modo di restare viva. Drammatico e plateale, come piace a noi.

La Scozia ha partecipato otto volte ai Mondiali, ma non ha mai superato la fase a gironi: nel 1998, addirittura, chiuse ultima con un punto in un gruppo con Brasile, Norvegia e Marocco. Il campione scozzese che conosciamo noi ha, oltre a una smodata passione per i pomodori, anche un talento piangino da non sottovalutare. Steve Clarke guida la nazionale dal 2019 e ha alle spalle esperienze in contesti importanti: il Chelsea con Mourinho, il West Ham con Zola e l’Aston Villa con Roberto Di Matteo. Non male per uno che adesso deve portare ordine nel caos gentile di una nazionale che vive di intensità e carattere.

La stella è Scott McTominay, quello appassionato di pomodori di cui sopra, che non fa l’attaccante ma segna, non fa il regista ma costruisce, non fa il fantasista ma inventa. In pratica è il giocatore che ogni allenatore vorrebbe in squadra e ogni avversario vorrebbe evitare. Quando c’è lui, la Scozia prende forma. Quando non c’è, la Scozia rischia di somigliare a una canzone bellissima suonata senza cornamusa.

Il Girone D

Quello con gli Yankee ma anche la Turchia: scintille internazionali?

Occhio che c’è il girone di uno dei padroni di casa, quelli che ci credono più di tutti (è un po’ nella loro natura, del resto).

Constatiamo il bel ritorno del Paraguay e pure quello della Turchia (mamma li turchi!), mentre l’Australia conferma la sua presenza con fare un po’ annoiato, ma non cascateci. Geografia spicciola, ambizione e memoria: questo il girone D.

Stati Uniti, “The Yanks”

Gli Stati Uniti tornano a ospitare un Mondiale a 31 anni di distanza dall’edizione del 1994 (che ricordi, eh, italiani?). Sono già qualificati in quanto Paese ospitante, ovviamente. La finale è in programma al MetLife Stadium di New York, perché se devi fare un Mondiale “in grande”, lo fai come se stessi organizzando il Superbowl del pianeta Terra.

La nazionale nordamericana è una presenza costante nella storia della competizione: 11 partecipazioni, dal 1930 al 2022. Il miglior piazzamento resta il terzo posto del 1930, mentre in Qatar gli USA avevano superato la fase a gironi da secondi, dietro l’Inghilterra, prima di essere eliminati dall’Olanda agli ottavi.

In panchina c’è Mauricio Pochettino, alla sua prima esperienza da commissario tecnico di una nazionale: dopo il Chelsea, l’argentino si è tuffato in una nuova sfida e per uno abituato al calcio di club è un salto non banale. Ma alla fine quasi tutti passano da qua, quindi ciccia, Pochettino.

La stella è Christian Pulisic, numero 10 e vero jolly della squadra, che col Milan non ci sembra esca da una stagione di fasti, ma magari si conservava per il Mondiale. Scherziamo, milanisti!

Paraguay, la “Albirroja”

Il Paraguay torna al Mondiale dopo l’edizione del 2010: la qualificazione è arrivata con uno 0-0 in casa contro l’Ecuador, risultato che è bastato per staccare il biglietto verso Stati Uniti, Canada e Messico. Un pareggio che, nel gergo del calcio sudamericano ma pure del calcio tutto, vale la vita.

Le partecipazioni sono otto e il miglior risultato resta il quarto di finale del 2010, quando l’Albirroja si fermò contro la Spagna futura campione, per un gol di David Villa nel finale. Un epilogo crudele, ma anche il racconto di una squadra che in quel torneo aveva già fatto fuori l’Italia nella fase a gironi e il Giappone agli ottavi. Ricordate, sì?

Gustavo Alfaro (detto “El Gita”), arrivato nell’agosto 2024, ha dato subito struttura e solidità: il Paraguay ha perso solo una delle 11 partite del girone di qualificazione, proprio contro il Brasile di Ancelotti. Per il resto, una squadra difficile da piegare e abbastanza irritante da affrontare, nel senso più sportivo possibile.

La stella è Diego Gomez, classe 2003 del Brighton, centrocampista capace di giocare in mezzo e anche sulle corsie offensive. Accanto a lui c’è Antonio Sanabria, attaccante della Cremonese. Ok, poteva andare meglio.

Turchia, “La Luna e le Stelle”

La Turchia torna al Mondiale dopo 24 anni, interrompendo un’assenza che durava dal 2002: Vincenzino Montella ha fatto quello che in Turchia aspettavano da troppo tempo: riportare la nazionale alla fase finale, dopo cinque mancate qualificazioni consecutive. Ora in Turchia ci amano, a noi italiani, ovviamente.

La Turchia ha chiuso il girone alle spalle della Spagna, poi ha superato la Romania di Lucescu (ti vorremo sempre bene!) in semifinale playoff e infine ha battuto il Kosovo nella finale decisiva.

Nel 2002 i turchi avevano chiuso terzi, dopo un torneo incredibile: secondo posto nel girone dietro il Brasile, vittorie su Giappone e Senegal, poi la semifinale persa contro i verdeoro per 1-0 e infine il successo sulla Corea del Sud nella finalina; un Mondiale che è rimasto nella memoria e che, da allora, aveva quasi assunto i contorni di una leggenda da raccontare ai nipoti.

Montella è alla guida dal 2023 ed è la sua prima esperienza su una panchina di Nazionale. Prima aveva lavorato al Siviglia e all’Adana Demirspor: la sensazione è che abbia portato in Turchia una dose di ordine non indifferente, ma anche una buona disciplina: non fatevi ingannare dalla somiglianza con Renato Zero. La stella è Arda Güler, classe 2005 del Real Madrid, libero di muoversi tra le linee e di inventare nel 4-2-3-1 di Montella. Attorno a lui ci sono Yıldız, Yılmaz, Aktürkoğlu e l’esperienza di Çalhanoğlu. Il talento non manca.

Australia, i “Socceroos”

L’Australia si qualifica per il Mondiale per la sesta volta consecutiva. Una costanza notevole, quasi austera, da squadra che non ama i colpi di teatro ma preferisce presentarsi sempre puntuale all’appello. La vittoria per 2-1 contro l’Arabia Saudita ha chiuso il discorso e confermato il secondo posto nel girone dietro il Giappone.

In Qatar i Socceroos si erano fermati agli ottavi, eliminati dall’Argentina. Oltre a questo, il solito grande limite storico: l’Australia non ha mai superato gli ottavi in un Mondiale. Anche nel 2006 ci era arrivata, prima di cadere contro l’Italia per il rigore di Totti al 95’. Una delle partite che, da sole, valgono una generazione di rimpianti.

Tony Popovic, classe 1973, è il c.t. dal 2024. Ha costruito il suo percorso tra Australia, Inghilterra, Turchia e Grecia e ora prova a dare ai Socceroos una forma ancora più solida e competitiva.

La stella è Nestory Irankunda, classe 2006, uno dei talenti più interessanti del calcio australiano recente: cresciuto nel Bayern Monaco, passato al Watford nell’estate 2025, ha iniziato a segnare con continuità in Championship. Insieme a lui c’è Alessandro Circati, difensore centrale classe 2003, già titolare nel Parma.

I prossimi appuntamenti

  • Accompagneremo l’avvicinarsi dei Mondiali di calcio 2026 di Canada, USA e Messico con uno zoom su tutte le protagoniste; otto squadre alla settimana, due gironi e le nostre consuete considerazioni serie ma non seriose: nel prossimo appuntamento tutti pronti per i gironi E ed F.

Elettra D., recensioni e pagine tematiche

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Titolo di studio Laurea in Critica e Teoria della Letteratura
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Specializzazione Esperta di Serie A e special bet
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Elettra D. è sbarcata a Time2play nel 2021, una delle prime contributor a essere arruolata per le pagine italiane del sito, dopo anni di esperienza nella scrittura di contenuti, legati (ma non solo) al mondo del gambling online; la molla è stata proprio il paragone con il modo di lavorare di altre aziende in questo campo, esplicitamente orientate alla vendita di un prodotto o una piattaforma di scommesse e casinò e poco interessate alla formazione degli utenti, alla loro salvaguardia e corretta informazione.

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