È stato l’emblema di una delle imprese più incredibili del calcio italiano, lo scudetto del Verona nella Serie A 1984-85, ma non solo: Osvaldo Bagnoli era il simbolo di un calcio pane e salame ma non per questo ingenuo, protagonista di incredibili stagioni in riva all’Adige ma anche al Genoa (portato in semifinale di Coppa UEFA nella stagione 1991-92, con tanto di doppia vittoria contro il Liverpool) e di una parentesi non baciata dalla fortuna con l’Inter.
Bagnoli, emblema di un calcio proletario
Nato a Milano, per essere più precisi nel quartiere allora ultraproletario della Bovisa il 3 luglio 1935, Osvaldo Bagnoli si è spento a 91 anni il 17 luglio 2026: sarà per sempre ricordato come l’allenatore dello Scudetto dei Miracoli del Verona, la squadra che nella stagione 1984-85 (tra parentesi, l’unica in cui gli arbitri venivano scelti tramite sorteggio assoluto, non per designazione) si lasciò indietro la Juve di Platini, il Napoli di Maradona e l’Inter di Rummenigge con una banda di ottimi ma non stellari giocatori, tra cui spiccavano un Pierino Fanna riciclato motorino a tutta fascia, il tedesco dalle caviglie d’acciaio Hans-Peter Briegel e il danese, ancora oggi chiamato “Il Sindaco” a Verona, Preben-Larsen Elkjaer, autore in quell’anno di uno sfracello di gol.
Giocatore fin da ragazzo nelle giovanili del Milan, poi prima squadra nei rossoneri (con cui vince lo scudetto nel 1957) e un’onesta carriera in provincia tra Verona, Udine, Catanzaro, SPAL e Verbania, quindi il salto da allenatore: catenaccio e aggressività, nucleo ristretto di giocatori fidati e tante intuizioni, prima di tutto il 3-5-2 che diventa 5-3-2 in fase difensiva con cui vinse lo scudetto nella città di Giulietta; Osvaldo Bagnoli incarnerà sempre un’idea di calcio operaia e senza dubbio anacronistica al giorno d’oggi, la figura di un uomo del popolo che a Verona andava agli allenamenti in bus, quando cambiava squadra si teneva il completo societario (scucendo solo lo stemma del team) e che solo una volta arrivato all’Inter si comprò quello che lui definì un “macchinone” (in realtà una familiare).
Uno che i giornali li leggeva al bar, mentre parlava di calcio con gli avventori ma che poi si ricordava tutte le puntualizzazioni che gli avevano fatto gli inviati della Gazzetta, che faceva le conferenze stampa nell’atrio e che come molti milanesi di periferia sotto un’anda naïf nascondeva la saggezza degli elettricisti di paolocontiana memoria e l’intelligenza tattica di chi il pallone lo aveva calciato prima di tutto per portar due lire in famiglia.
Verona, certo, ma non solo
Naturalmente il suo capolavoro rimarrà sempre lo scudetto in terra scaligera e ci mancherebbe altro, in quel Verona che, preso in carica nel 1981 salvandolo dalla B, divenne squadra da battere che oltre ai già citati Fanna-Briegel-Ekjaer aveva tra i protagonisti un Garella che parava tutto, un Tricella che impostava come un giovane Beckenbauer e un Marangon che arava tutta la fascia sinistra.
Ci rimase fino all’89-90, quando sfiorò una fantasmagorica salvezza con una squadra sbucciata e rabberciata, fatta di scarti delle altre di A, ma Osvaldo Bagnoli ha lasciato buoni ricordi ovunque abbia allenato: chiedetelo alla Genova rossoblù, che portò a un passo dalla Coppa UEFA, ma chiedetelo anche alla sponda interista di Milano.
Già, perché nel 1992 proprio lui, casciavit di nascita, andò ad allenare la squadra dei Bauscia, sedotto da un altro uomo che si era fatto da solo partendo dal bassissimo, il presidente Pellegrini; non fu un’esperienza memorabile, in una squadra che aveva nomi del calibro di Sammer, Shalimov e Schillaci e che al primo anno portò dopo un inizio negativo a sfiorare un improbabile scudetto in rimonta; meno bene la stagione successiva, in cui, nonostante l’arrivo di Dennis Bergkamp, non poté evitare l’esonero (in una stagione da “pazza Inter”, con retrocessione in B sfiorata e vittoria della Coppa UEFA con in panca il traghettatore Marini).
Dopodiché, basta: dopo quel ’92 nessuno più lo chiamò, o forse a nessuno lui più rispose, sta di fatto che l’Osvaldo uscì dal giro, che contasse o meno, e non allenò più, tornando a vivere nella sua Bovisa fino al giugno di quest’anno: chissà che nel suo mitico Quadernétt, il quaderno dove scarabocchiava a matita i suoi appunti tattici, non si fosse segnato qualche cosa anche su quel Lamine Yamal là, o su quel quarantenne argentino che ancora è protagonista ai Mondiali.