Oops… I did it again, canterebbe Britney Spears. Già, è successo di nuovo e per la terza volta di fila la Nazionale italiana di calcio non parteciperà ai prossimi Mondiali, in programma dall’11 giugno al 19 luglio tra USA, Canada e Messico; stavolta è la Bosnia di Edin Džeko, la nostra sentenza capitale.
Ovviamente sono già partiti i processi, le richieste di aria nuova ai vertici della Federazione, le invocazioni al salvatore della patria, i disperati lamenti per “i bambini che ancora una volta non vedranno l’Italia al Mondiale” e tutto il peggio della retorica patriottarda e delle analisi ex post condite di luoghi comuni.
Senza farci prendere dal panico e dalle opinioni da click facile, proviamo a dire la nostra anche noi, sperando, più che di dare risposte che non ci competono né ci sentiamo titolati a elargire, di fornire qualche spunto di riflessione in più.
Per la terza volta di fila niente Mondiali: colpa della pirateria?
Con un tempismo che forse sarebbe da applicare più alla gestione giorno per giorno che alle spiegazioni di un fallimento, ai piani alti della Federcalcio ci si è subito attivati con gli alibi, i distinguo e i cavilli per spiegare l’ennesimo patatrac cui la nostra Nazionale ormai da dodici anni ci sta abituando.
Prima la Svezia, poi la Macedonia del Nord e ora la Bosnia: tre nazionali sulla carta decisamente più deboli di noi ma che comunque ci hanno tagliato fuori e ieri sera abbiamo già sentito il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, dire che il punto è che il calcio è uno sport professionistico, mentre gli altri sport in cui l’Italia invece oggi eccelle (dall’atletica allo sci) sono dilettantistici.
Allo stesso modo, Gravina ha precisato che le dimissioni non sono un obbligo e che casomai è la politica che deve permettere al movimento-calcio di sbloccare scelte (ad esempio nell’uso dei giovani) che adesso, pare, non è in grado di compiere: strano che invece altrove in giro per il mondo lo possa fare. Sarà.
Insomma, siamo ancora al mitico “L’Italia non va al Mondiale per colpa della pirateria”, pronunciato da Luigi De Siervo, a.d. della Serie A, a giugno 2025; e intanto sui social ma pure sui giornali è tutto un “ci vogliono più italiani in campo”, “è colpa del blocco-Inter che perde le finali” e altre assortite amenità.
La nostra opinione
Ora, è palese che anche nelle più torve chiacchiere da bar un fondo di verità ci sia, ma è anche vero che una squadra che cicca la partecipazione ai Mondiali per tre volte di fila e quindi per 12 anni è sintomo di un problema ben più grave e mai affrontato davvero da chi aveva il compito di farlo, che non nasce ieri sera.
Naturalmente non è mai troppo tardi per cercare di prendere provvedimenti, ma di sicuro continuare a procrastinare, magari riciclando nomi noti e ormai vecchi, non tanto per l’anagrafe quanto per la mentalità (già si parla di fare fuori Gravina per sostituirlo con Malagò: largo ai giovani!) non aiuta.
E allora certo possiamo parlare di una quantità di stranieri, specie nelle cosiddette piccole, ormai assurda non soltanto in Serie A ma anche in B e in C, o delle squadre Primavera e U23 che non hanno obbligo di italiani in squadra (disclaimer: chi scrive è ultimo al mondo per mentalità “prima gli italiani”, ma sono fatti): la Juve U23, per dire, ha sfornato solo talenti stranieri (Muharemović, peraltro nazionale bosniaco, Yıldız).
Casomai il problema è ancora una volta lo ius soli: facciamo presente che ieri chi ci ha tenuto in piedi è stato Moise Kean, ma anche che se gente come Yıldız fosse nata in Italia oggi non potrebbe giocare con la nostra Nazionale.
Se uno dei settori giovanili top in Italia è quello del Genoa (seguito da quello dell’Atalanta), Houston abbiamo un problema. Per non dire poi della Serie A a 20 squadre, con la maggior parte di loro che ancora gioca con il 3-5-2 (e pure Gattuso, uno che ha sempre giocato a quattro dietro, si è adattato al diktat).
Possiamo bollare come autoassolutorie e superficiali le parole di Gravina sui problemi del calcio in quanto sport professionistico (la pallavolo, dove l’Italia è campione del mondo maschile e femminile, e il tennis non ci risultano ancora essere sport di stato o dilettantistici); domanda: nel 2006 il calcio italiano non era professionistico? E nel 2021 quando vincemmo gli Europei?
Che fare? Invochiamo il dossier-Baggio tanto per farci belli?
Ma il punto è: e adesso? Possibile che al terzo flop clamoroso ancora nessuno si pigli la responsabilità, a nessun livello, se non il povero Rino Gattuso, immolato sull’altare del capro espiatorio? Gravina, tutto a posto? Certo, si potrebbero ripescare le famose 900 pagine del “dossier-Baggio” con le proposte del Divin Codino per riformare il nostro calcio, ma anche qui, lo si vuole davvero?
O meglio: c’è voglia di uscire dalla palude e togliere il clima tossico che circonda il calcio tricolore a ogni livello, dai genitori assatanati che sbraitano dagli spalti quando giocano i figli nei Pulcini o che in cambio di un po’ di soldi spostano i loro piccoli dalla società sotto casa alle big di turno (pronti a rivenderli dopo sei mesi) o che pagano i procuratori per “sbolognare” i pargoli a questa o quella squadra, agli YouTuber che per un paio di visualizzazioni insultano giocatori e allenatori a giornalisti accondiscendenti e sempre allineati? Oppure tutto sommato alla fine va bene così, con i piccoli potentati blindati dai soliti noti?
Ieri sera, al netto di tutto, i nostri Azzurri sembravano pulcini sperduti, da Barella che girava a vuoto a Bastoni (con gli occhi spiritati dopo il rosso, quasi attonito) costretto al fallo da espulsione per un rinvio sbagliato da Donnarumma, a Dimarco preso in giro sulla fascia da Bajraktarević (anni 21).
Non abbiamo citato a caso i tre interisti, visto che i nerazzurri sono primi in Serie A (aggiungiamo Pio Esposito: vero, ha calciato il rigore alle stelle, ma si è preso la responsabilità di tirare il primo penalty) e dovrebbero quindi trascinare gli altri; e invece la differenza era tutta negli sguardi e negli atteggiamenti.
Al 93′ minuto, per dire, Muharemović si prendeva il lusso di uscire in dribbling da un disimpegno difensivo, palla al piede: incoscienza, leggerezza e voglia di giocare a calcio, non braccini corti e tensione (dopo il gol all’Irlanda del Nord Kean ha detto di “sentirsi l’Italia sulle spalle”: certa retorica ottocentesca lasciamola a Paesi ben più “giovani” come la Bosnia, magari).
Sarà retorica anche questa, in fondo, ma magari è tutto lì: e forse basterebbe studiare come si vive il calcio in Germania o in Francia, nazioni che da questo punto di vista qualcosa da insegnare ce l’hanno.