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Il nostro editoriale: Manchester City, la difesa è scricchiolante!

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Il Manchester City ha depositato ricorso contro la condanna per le violazioni finanziarie emessa dopo le lunghissime indagini operate da una commissione indipendente, ma la linea difensiva è già stata messa in discussione: una memoria che Etihad, principale sponsor del club, inviò al governo USA nel 2015 sembra contraddire la tesi dei fondi provenienti dal governo di Abu Dhabi.

L’appello dovrebbe chiudersi entro metà gennaio e le sanzioni restano da decidere, mentre il regolatore indipendente e le possibili cause delle squadre rivali pesano quanto la classifica.

Un verdetto senza precedenti

Il Manchester City è entrato in una fase assurda della sua storia, anche se alcuni (i più maligni) sostengono che non sia una fase tanto assurda ma che fosse preventivabile da un pezzo.

A pochi giorni da un verdetto che la Premier League ha definito “il più rilevante mai emesso” (ovviamente per quanto concerne la PL, mica in assoluto), e che vede la ex squadra di Guardiola riconosciuta colpevole di 114 su 115 violazioni contestate, il club ha depositato ricorso.

E il ricorso è già al centro di una polemica: una dichiarazione del main sponsor Etihad Airways alle autorità statunitensi, risalente al 2015, sembra andare in direzione opposta rispetto alla tesi che il City intende sostenere come principale linea difensiva. Ma procediamo passo passo.

Cosa ha stabilito la commissione indipendente

La dirompente (esplosiva, sconvolgente, deflagrante, detonante ecc.) decisione è stata pubblicata venerdì 25 settembre da una commissione indipendente formata da tre membri, scelti tra i componenti del Judicial Panel della Premier League.

Il Manchester City era accusato di oltre 100 violazioni (115 capi, formalizzati nel febbraio 2023): l’udienza si era svolta tra settembre e dicembre 2024 e lo stesso collegio ha definito “deplorevole” il tempo impiegato per arrivare al giudizio.

Ma tant’è: il materiale fornito nel 2018 da Rui Pinto, il famoso hacker portoghese, era davvero corposo.

Il verdetto della commissione d’inchiesta sul Manchester City

Secondo la commissione, tra la stagione 2009/10 e quella 2017/18 il City avrebbe stipulato contratti “fittizi” con alcuni partner commerciali, nell’ambito di un “Disguised Funding Scheme” (schema di finanziamento camuffato).

L’obiettivo era gonfiare i ricavi per 830 milioni di sterline, presentando come sponsorizzazioni fondi che in realtà provenivano dalla proprietà (cosa vietata, ricordiamo, dal Fair Play Finanziario: solo ciò che si ricava dal club può essere poi investito sul mercato, non fondi propri).

Il collegio ha poi accertato bilanci che nascondevano la reale situazione finanziaria, il superamento dei limiti di spesa di Premier League e UEFA e la mancata collaborazione in buona fede con la Lega.

Per capire la portata, guardiamo da vicino la scomposizione dei 115 capi d’accusa:

La scomposizione dei 115 capi d'accusa

  • 54 capi: relativi alla mancata trasmissione di informazioni finanziarie accurate;

  • 35 capi: relativi alla mancata cooperazione con l’indagine;

  • 14 capi: relativi alle informazioni inesatte su stipendi e compensi di giocatori e allenatori;

  • 7 capi: relativi alla violazione delle regole su profitti e sostenibilità;

  • 5 capi: relativi al mancato rispetto delle norme UEFA richiamate dal regolamento della Premier.

Il totale fa 115. Mostruoso. Il punto non è la singola irregolarità, ma la stratificazione delle irregolarità: non aver segnalato, aver negato e poi aver ostacolato l’accertamento. Un casino in piena regola.

Il confronto con il Chelsea, punito per irregolarità legate ai pagamenti ai giocatori sotto la vecchia proprietà, serve a marcare la distanza: la nuova proprietà ha dichiarato irregolarità nei registri contabili e ha chiesto ulteriori indagini, offrendo piena collaborazione, ma la decurtazione dei punti è avvenuta comunque. Casi non assimilabili, quindi.

Siamo curiosi di capire quale potrebbe mai essere, in questo assurdo contesto, il capo d’accusa per cui il Man City non è stato ritenuto colpevole. Lo scopriremo di certo.

“Siamo innocenti”: non crea stupore la risposta del club

Il City ha reagito con una chiusura totale: il club si dichiara innocente, parla di “prove inconfutabili” che lo scagionerebbero e promette di essere “implacabile” in ogni sede regolatoria e legale.

Il verdetto è liquidato come una semplice “opinione” con errori di diritto, di principio e di fatto; nel comunicato il club afferma anche di aver rispettato per otto anni il procedimento confidando in una Premier League indipendente e imparziale.

Facciamo notare che il club continua a chiamarla “commissione della Premier League”, mentre è acclarato che si tratti di un organismo indipendente: giochini e giochetti.

Quella del City sembra essere la strategia del “raddoppio”: in una crisi reputazionale ci sono due strade possibili, chiedere clemenza o negare tutto: la seconda è rischiosissima, perché elimina ogni ragione per essere clementi, come in un tribunale penale dove chi si dichiara non colpevole rischia pene più severe di chi mostra pentimento.

Se il club continua a sostenere di non aver fatto nulla, le sanzioni non potranno che essere più dure: dobbiamo anche segnalare che l’uscita a scapicollo dei vertici del City ha provocato un sussulto tra dirigenti di altri club europei e di federazioni, riuniti in una conferenza di settore in Italia.

Il clima è teso un po’ ovunque, con i vertici del calcio che, davanti ai microfoni, non sanno bene che pesci pigliare.

L’appello cambia il collegio

Il ricorso del Man City è stato depositato giovedì 1 ottobre alle 19.00, come confermato dal club, e la Premier League lo ha riconosciuto il giorno dopo.

A esaminarlo sarà un nuovo collegio di tre membri, uno dei quali con esperienza giudiziaria e con funzione di presidente: l’udienza resterà riservata fino a quando non sarà consentita la pubblicazione dell’esito.

Un dettaglio che limita gli spazi della difesa: il collegio d’appello può rivedere la decisione, ma non celebrare un nuovo processo completo.

Per avere basi solide il club dovrebbe dimostrare un errore di diritto, cioè che i giudici avrebbero dovuto tenere conto di qualcosa che non hanno considerato; resta però il fatto che la tesi dei fondi governativi riguarda solo le sponsorizzazioni, non la mancata cooperazione né i pagamenti a giocatori e allenatori.

Il nodo Etihad: la memoria del 2015 è un macigno

Partiamo dalle parti in causa, per fare maggior chiarezza:

– Manchester City, il club, accusato di aver gonfiato i ricavi con sponsorizzazioni “fittizie”.


– Abu Dhabi United Group (ADUG), la società proprietaria, riconducibile allo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan. Mansour appartiene alla famiglia regnante di Abu Dhabi ed è vicepresidente degli Emirati, ma ADUG è formalmente un’entità privata.


– Il governo di Abu Dhabi, cioè lo Stato.


– Etihad Airways, la compagnia aerea di bandiera degli Emirati Arabi, il cui unico azionista è il governo di Abu Dhabi, e principale sponsor del Man City.

La commissione ha stabilito che parte del denaro entrato nelle tasche del City come “sponsorizzazione” in realtà arrivava dalla proprietà, ADUG: ricordiamo che una sponsorizzazione vera e propria porta ricavi esterni, un finanziamento del proprietario mascherato da sponsorizzazione consente di aggirare i limiti di spesa.

La difesa del City, secondo Sky Sports e i report circolati nei giorni scorsi, punta a spostare l’origine dei fondi: quei soldi non sarebbero venuti dai proprietari, ma dal governo di Abu Dhabi, che avrebbe aiutato aziende emiratine a sostenere contratti da decine di milioni l’anno.

Il ragionamento è che lo Stato non è il proprietario del club, quindi il versamento non sarebbe un finanziamento “interno”, ma la tesi è già stata presentata e respinta nel 2024 (la commissione la definì una spiegazione posticcia, costruita a posteriori), e riguarda solo il capitolo sponsorizzazioni, non la mancata cooperazione né i pagamenti a giocatori e allenatori.

Qui entra in gioco Etihad: nel maggio 2015, rispondendo agli Stati Uniti che la accusavano di ricevere sussidi pubblici, la compagnia scrisse che la sponsorizzazione del City era stata pagata con la propria liquidità, e definì falsa l’idea che l’avesse pagata il governo. Ah!

Ecco il paradosso:

– se Etihad disse il vero a Washington, i soldi non vennero dal governo e la tesi del City perde oggi la sua sensatezza;


– se invece vennero dal governo, quella dichiarazione ufficiale sarebbe falsa, con tutto ciò che ne consegue.

Etihad ammise anche di essere di proprietà statale dalla fondazione, ma sostenne che capitale e prestiti dell’azionista non sono sussidi, una differenza sottile ma diversa dal dire che il governo abbia pagato quello specifico contratto.

C’è infine un limite tecnico: un appello non rifà il processo.

Per avere basi solide il club dovrebbe dimostrare un errore di diritto dei giudici, cioè che avrebbero ignorato un elemento che andava considerato: ripresentare la stessa tesi, a maggior ragione se in contrasto con un documento del suo stesso sponsor, rischia di non bastare.

Il parere degli analisti

  • Sui tempi (la nostra fonte è Kaveh Solhekol, Sky Sports News): con le nuove regole l’appello deve chiudersi entro 12 settimane dal deposito, quindi nella settimana prima di Natale; il collegio avrebbe poi 30 giorni per decidere, con verdetto nella terza settimana di gennaio. L’incognita è se il City riuscirà a sostenere che regole introdotte solo quest’anno non valgano per un caso nato nel 2023.

  • Sulla strategia (la nostra fonte è Business of Sport): il rischio, per il club, è aver chiuso ogni spazio di clemenza. Per loro l’epilogo più ragionevole sarebbe una soluzione negoziata: la proprietà se ne va, il club viene venduto e i nuovi azionisti si fanno carico di punizioni e risarcimenti.

Come siamo finiti qui?!

Per capire perché si sia arrivati a questo punto vale la pena fare un piccolo recap:

  • Il punto di partenza. Il 1° settembre 2008 Abu Dhabi United Group, riconducibile allo sceicco Mansour, rileva il City da Thaksin Shinawatra, pagando circa 200 milioni di sterline per il 90% (il resto l’anno dopo). Il club era una squadra di metà classifica, una specie di Udinese. Nel 2007/08, l’ultima stagione prima dell’acquisto, il City chiude a 55 punti, contro gli 87 del Manchester United campione. Il primo colpo è Robinho, per 32-33 milioni: un segnale al calcio inglese e, in particolare, al Chelsea di Roman Abramovich.
  • La scalata. Nel 2008/09 i punti sono 50, poi arrivano il quinto posto con 67 punti nel 2009/10, il terzo con 71 nel 2010/11 e infine il titolo del 2011/12, a pari punti (89) con lo United e vinto per differenza reti con il gol di Agüero (forse ve lo ricordate) al QPR. In tre stagioni il distacco dalla vetta scende da circa 30 a 9 punti.
  • I numeri che interessano. Il ricavo dichiarato dal City nel 2011/12 era di 231 milioni, con una perdita operativa di 97,8 milioni. Dentro quel ricavo ci sarebbero stati circa 70 milioni di sovrastima: il ricavo reale sarebbe stato intorno ai 160 milioni, contro i 320 dello United e i 188 del Liverpool. La sovrastima annua, nelle prime stagioni, sarebbe stata di 22-28 milioni, per poi salire a 70,7 nell’anno del titolo. Pian piano, si raggiunge quota 830 milioni.
  • Il cambio delle regole. È in quel momento che la Premier League introduce il proprio controllo dei costi: una perdita massima di 105 milioni su tre anni, circa 35 milioni l’anno, mentre il City ne perdeva già circa 100. Quello è il bivio: accettare le regole o aggirarle. Sulle motivazioni, cosa possiamo dire? La proprietà emiratina avrebbe comprato il club “sulla premessa sbagliata”, di regole che gli impedivano di sfruttare fino in fondo la propria ricchezza, e avrebbe costruito il progetto sotto un quadro normativo poi cambiato. C’è un dettaglio importante: le regole furono volute anche dagli altri club proprio per frenare chi poteva perdere cifre fuori scala, e che il clima dell’epoca nel settore era del genere “tanto c’è sempre un modo di aggirare il sistema”.
  • La conseguenza. C’è da fare un discorso sulle fondamenta: la rosa costruita con quegli anni di risorse (Silva, Agüero, Yaya Touré, Tevez e altri) avrebbe poi permesso al club di vendere giocatori a prezzi elevati e di reinvestire in nomi altrettanto altisonanti, mettendo a repentaglio anche la correttezza di tutti i campionati a seguire.

Sanzioni: tutto è ancora possibile

La punizione non è ancora stata decisa ed è questo che fa impennare le speculazioni.

La Premier League ha spiegato che sarà stabilita in un’udienza separata e confidenziale, davanti alla stessa commissione, in data non precisata; il City sottolinea che il procedimento “resta in corso, con elementi significativi ancora da completare”: ma certamente.

La Regola W64 prevede multa, detrazione di punti e, all’estremo, l’espulsione dal campionato, ma sono possibili anche altre sanzioni sportive, come il blocco del mercato; non esiste una griglia predefinita, ogni caso è valutato singolarmente e, secondo Sky, un’espulsione dovrebbe essere ratificata dal voto degli altri club, mentre multe e penalizzazioni no.

Facciamo un piccolo elenco degli scenari ipotizzabili

Gli scenari ipotizzabili per le sanzioni

  • Punti: una penalizzazione è chiaramente inevitabile (anche i tifosi del City, si dice, non la contesteranno). Una detrazione di 40 punti renderebbe molto probabile la retrocessione, una di 80 la renderebbe certa.

  • Espulsione sommaria: giudicata piuttosto impraticabile, perché Premier League ed EFL (l’ente proprietario della Championship) sono enti separati e servirebbe un accordo su come inserire il club in un’altra categoria.

  • Multa e blocco del mercato: considerati scontati, perché già applicati ad altri club per violazioni assai minori.

  • Revoca dei titoli: sarebbe una sanzione logica (in UK si richiama spesso il caso Juventus del 2006, con titoli revocati e parzialmente riassegnati) e riguarderebbe tre campionati, più coppe nazionali. Va precisato che la revoca non rientra tra le misure contenute nella Regola W64.

I proprietari rischiano più del club

Occhio all’Independent Football Regulator (IFR), l’autorità istituita dal governo britannico quest’anno: oltre a mediare sulla distribuzione dei diritti tv tra Premier ed EFL, l’IFR gestisce il test di idoneità (“fit and proper”) per proprietari e dirigenti, finora in mano alle leghe.

L’IFR applica criteri mutuati dal settore dei servizi finanziari: tutti i proprietari attuali, quelli con oltre il 25% del club e i dirigenti con influenza significativa, dovranno ripresentare domanda in una finestra che va dal 2 novembre 2026 al 27 febbraio 2027, per ottenere la licenza valida dalla stagione 2027/28: tra i nomi coinvolti ci sono lo sceicco Mansour, il presidente Khaldoon Al Mubarak e l’amministratore delegato Ferran Soriano.

Chi fornisce informazioni false sapendolo o per negligenza grave commette la violazione più seria e nel modello finanziario può portare al divieto di ruoli di responsabilità; dato il verdetto, l’IFR non avrebbe margini legali per concedere la licenza agli attuali vertici: il caso non ha nulla a che fare con il precedente Chelsea-Abramovich, dove a imporre la vendita fu il congelamento dei beni per sanzioni geopolitiche.

Questa piega del discorsi va presa con le pinze, ma si tratta quasi di una logica conseguenza del regolamento tuttora in essere.

Le cause dei rivali: la bomba a orologeria economica

Poi c’è il fronte risarcitorio, e qua sono davvero delle belle gatte da pelare: due anni fa, entro i termini di prescrizione, Arsenal, Liverpool, Manchester United e Tottenham si sarebbero riservate il diritto di agire contro il City per il recupero dei ricavi persi.

Non figura il Chelsea, a sua volta coinvolto in procedimenti, che avrebbe dovuto avere una discreta faccia di tolla per inoltrare la richiesta: la BBC ha riferito che diversi club avevano chiesto consulenze legali già prima del verdetto, anche se nessuno ha annunciato iniziative pubbliche.

C’è un precedente: ricordiamo il caso del Burnley, che ottenne dai giudici un risarcimento di circa 35 milioni dall’Everton per la retrocessione legata alle violazioni di quest’ultimo.

Applicato al City, il meccanismo coinvolgerebbe titoli mancati, qualificazioni europee e bonus commerciali legati ai risultati: la cifra complessiva evocata è di 500-600 milioni, una stima da prendere con le dovute cautele, ma che ci sembra abbastanza ragionevole. E mostruosa, ovviamente.

La difesa di Andy Burnham che mette a fuoco lo UK

Merita attenzione un passaggio sulla politica britannica: il primo ministro Andy Burnham ha dichiarato di essere preoccupato all’idea di perdere i proprietari del City, definiti partner importanti nella crescita di Manchester (Burnham è ex sindaco di Manchester, tra l’altro).

Una successiva nota di Downing Street avrebbe ribadito che nessuno è al di sopra delle regole e che il processo indipendente deve fare il suo corso.

L’uscita è stata davvero inopportuna, anche perché il regolatore è un organismo indipendente per legge: occhio, perché se in UK si dovesse avere il sospetto che degli sceicchi possano farla franca nel mondo del calcio perché invischiati troppo in faccende politiche, si rischia la rivoluzione.

E il rapporto commerciale tra Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti che mette in ballo una cifra di circa 25 miliardi di sterline non fa stare tranquilli tanti tifosi.

Cosa aspettarsi adesso

Il quadro, a pochi giorni dalla notizia e dai primi passi legali, è questo:

  • Un club che si proclama innocente e punta su una difesa già bocciata in primo grado e ora messa in discussione da un documento di dieci anni fa.
  • Un calendario che porterebbe a una decisione d’appello a gennaio, ma che una battaglia procedurale può rendere incerto.
  • Una sanzione da stabilire, che può andare dalla multa all’espulsione.
  • Un regolatore che da novembre riesaminerà l’idoneità dei vertici del Man City.
  • Un fronte di richieste di danni da parte dei rivali.

Il menù è davvero bello pieno e si rischia un’indigestione: non ci resta che stare ad aspettare che la giustizia faccia il suo corso.

Elettra D., recensioni e pagine tematiche

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Elettra D. è sbarcata a Time2play nel 2021, una delle prime contributor a essere arruolata per le pagine italiane del sito, dopo anni di esperienza nella scrittura di contenuti, legati (ma non solo) al mondo del gambling online; la molla è stata proprio il paragone con il modo di lavorare di altre aziende in questo campo, esplicitamente orientate alla vendita di un prodotto o una piattaforma di scommesse e casinò e poco interessate alla formazione degli utenti, alla loro salvaguardia e corretta informazione.

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