Coloratissimo, con tutto quello che ci vorresti dentro e anche qualcosa che invece ti piace meno. Praticamente una macedonia, ecco cos’è il Mondiale e perdonate se la metafora non è la più originale possibile. Ma è proprio così.
Il Mondiale che ho visto io in America è totale libertà d’espressione, che sia una maglia da indossare, un coro da cantare o un messaggio da gridare: cappelli improbabili, storie impossibili, da ogni parte del mondo.
Il Mondiale negli Stati Uniti è una macchina, senza autista, che passa davanti a casa di Martin Luther King, mentre qualche tifoso inglese fotografa. È un driver con lo spray al peperoncino sempre pronto e una pistola nel bagagliaio.
È una coperta gigante che non copre del tutto un problema serio degli States, gli homeless, che incontri in ogni città, a molti angoli della strada. “Ma quindi questa signora dorme qui stanotte? Su uno scalino?”.
Tra Dallas e Atlanta
Il Mondiale a Dallas sono i tifosi iraniani che festeggiano un gol in un Rodeo Bar, mentre dietro due cantanti country intonano malinconici “Daddy doesn’t pray anymore”.
Il Mondiale ad Atlanta invece è passeggiare coi tifosi sulla BeltLine, precipitare nella cultura urban della Georgia: pettini incastrati nei capelli, skate e musica a tutte le ore, sempre accesa. Qui le cuffie non si usano, la musica è libertà qui, non va costretta. Le bici sulla canna hanno il posto per la borraccia e quello per la cassa bluetooth. Tutte.
Il Mondiale quindi è scendere dalla macchina e trovarsi di fronte un ragazzo con due capre al guinzaglio, beccare un signore seduto a bordo strada con la cassa accesa e iniziare a ballare con lui. Un minuto insieme e poi “take care” e te ne vai.
Il Mondiale ad Atlanta è anche giocare a street football sul cemento, a Walker Park: 4 minuti, 5vs5, chi vince resta. È capire con la musica sempre accesa, che la cosa del soccer che sta prendendo piede, non è mica una balla. Il principio alla base è stare insieme: giochi misto, maschi e femmine, poi mangi una pizza e guardi la partita.
Il Mondiale qui è anche un rapporto drammatico col cibo sano: se su un’insalata chiedi che venga messo solo l’olio, ti guardano come fossi un marziano.
Da Messi agli Oasis
Il Mondiale negli Stati Uniti sono stadi troppo belli per essere veri (per noi), sono panorami che dalla tribuna ti commuovono come il migliore dei tramonti. Trovarsi di fronte due bandiere giganti e chiederti come fa a non esserci la nostra.
Il Mondiale è stare con gli argentini e capire che ci piacciono tanto perché probabilmente sono quello che una volta eravamo noi e che in fondo, un po’ vorremmo tornare a essere: un po’ più latini e un po’ meno europei. Il Mondiale è il banderazo, saltare abbracciati a sconosciuti, madidi di sudore, accarezzati sulle guance da bandiere di Messi e Maradona, storditi da tamburi e Fernet.
Solo per dire a tutti, compresi se stessi: noi siamo questi qui. Quelli che saltano in 15 sul cofano di una macchina, che accettano di lasciare il lavoro o vendere la moto, pur di esserci. Il Mondiale è “lo mejor que nos puede pasar a nosotros”.
Quando sei al Mondiale, il tuo compagno di viaggio è il tempo, è sempre seduto accanto a te, allo stadio, in aereo, in Uber. Pensi a quel che devi fare e quando devi farlo, pensi soprattutto a quel che hai fatto, per essere lì.
Il Mondiale è il Wanderwall degli inglesi, è il sorriso di Rice e gli occhi di Bellingham, è quel “Maybe”, in cui c’è dentro tutto quello che sogni, tutti i forse che ti riescono a venire in mente.
Fin qui, ho capito che il mondiale è soprattutto un contratto sociale, che firmi con gli occhi ogni volta che incroci lo sguardo di qualcuno. Ti guardi e sai che sei lì per la stessa cosa: essere felice, al centro del mondo.